• Edi Guerzoni

Mostri e Chiostri

‘’Nei chiostri, davanti agli occhi dei frati, che cosa stanno a fare quelle ridicole mostruosità, quella bellezza deforme?’’


Si interroga così Bernardo di Chiaravalle, l’abate dei monaci cistercensi, intorno al 1120, nella sua Apologia all’abate Guglielmo. Ancora oggi ci troviamo stupite di fronte ad alcune creature fantastiche dell’arte medievale, ma perché si stupivano anche i contemporanei?


Nel corso dell’anno 1000 sono avvenute in Europa una serie di riforme che vengono ricordate come la Riforma dell’XI secolo, detta anche Riforma Gregoriana. La rivoluzione partiva dal presupposto che la Chiesa cattolica avesse perso l’iniziale vocazione alla povertà e alla carità. Il vuoto di potere lasciato dalla caduta dell’Impero Romano aveva fatto sì che le decisioni politiche ricadessero nelle mani delle cariche ecclesiastiche, portando a una corruzione sempre più lampante. Nepotismo, simonia e nicolaismo: favoritismi interni all’ambiente ecclesiastico tra parenti, compravendita di cariche ecclesiastiche e sacerdoti sposati. Insomma, le cose non stavano andando come previsto.


Le riforme arrivarono non tanto dai vertici della Chiesa cattolica, ma dalle comunità monastiche nate sul finire del Basso medioevo, a partire da quella Benedettina. Una delle comunità più di spicco è quella di Cluny, nata intorno al 910 in Borgogna. All’inizio i cluniacensi si vogliono impegnare per un ritorno al pauperismo della Chiesa delle origini. Si inizia con la scelta degli abiti, e in un attimo si finisce per riformare anche l’estetica pittorica, scultorea ed architettonica. Per allontanarsi dagli sfarzi di Carlo Magno e dei Bizantini, lo stile romanico si presta perfettamente a rientrare in un minimalismo più vicino allo stile paleocristiano. Tuttavia, per tornare davvero al sentimento spirituale della Chiesa tardo antica serve parlare con i fedeli. E i fedeli, si sa, non conoscono il latino come i monaci. Anzi, non sanno neppure leggere.


Una delle più forti influenze delle riforme del XI secolo è proprio quella di rendere l’arte religiosa di facile lettura, e soprattutto d’effetto, per il fedele analfabeta. I capitelli delle chiese si riempiono di contadini, attrezzi di lavoro, animali, creature fantastiche, scene della Bibbia e demoni. I programmi figurativi diventano delle vere e proprie propagande religiose, che dichiarano così una volontà di ritorno all’ordine.


Eppure, ancora non si trovavano tutti d’accordo. Dal nucleo di Cluny si dirama infatti il monastero di Citeaux, di cui è abate proprio Bernardo di Chiaravalle, che abbiamo citato all’inizio. Secondo i cistercensi, non si stava ancora trovando la strada: Cluny era ancora troppo sfarzosa. Perché, si chiede Bernardo, tale “bellezza deforme” deve stare davanti agli occhi dei frati? Non gli basta la preghiera? I padri benedettini avrebbero auspicato più austerità. I monaci che vanno contro le esagerazioni della Chiesa non hanno bisogno di produrre o commissionare arte per la propria missione sulla terra. Anche per Bernardo di Chiaravalle, sfiorando i limiti dell’eresia, la religione deve essere un affare interiore.


Secondo la storiografia medievale, le invettive di Bernardo contro Guglielmo, abate di Cluny, sono la dimostrazione che nonostante le buone volontà teologiche, le scelte decorative medievali restavano scelte estetiche. È vero, queste rappresentazioni del mondo naturale e fantastico sono costantemente messe in relazione con Cristo, ma la loro forma è una commistione di tradizioni.


I mostri medievali non sono una diretta conseguenza dell’elaborazione dei testi cattolici, ma un mix di tradizioni diverse: arabe, asiatiche, nordiche e latine insieme. Purtroppo non rimangono molti resti dell’Abbazia di Cluny, ma possiamo immaginare le mostruosità di cui parla Bernardo guardando ai capitelli di Chauvigny o ai portali di Vezelay e Autun.



Da un capitello di Chauvigny, un mostro divora un essere umano

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