• Edi Guerzoni

Le spoliazioni napoleoniche: andata e ritorno

«non ho saputo come inserire questo quadro dentro un armistizio e ho paura che sia parso come una bizzarra novità»


Così Napoleone Bonaparte scriveva a uno dei suoi plenipotenziari piemontesi riguardo alle opere che erano state richieste dopo il trattato di Tolentino, nel 1797.

Spesso si parla delle opere rubate dalle armate napoleoniche nei territori italiani. Per esempio, quando si invoca erroneamente la Gioconda, che, in realtà, era stata portata in Francia da Leonardo da Vinci in persona. Ma ci sono molte altre opere che furono effettivamente sradicate dal loro contesto italiano per essere trasportate a Parigi, per la creazione del Museo Universale, oggi chiamato meno solennemente Musée du Louvre.


Nell’armistizio di Tolentino, che determinava la vittoria dell’Impero sui territori italiani, Napoleone Bonaparte fece stilare un elenco di opere che voleva assolutamente nella sua città, e vennero istituiti dei comitati perché fossero inviati in tutte le città conquistate dall’imperatore a recuperare opere d’arte. Le richieste di un armistizio solitamente erano fatte in vista di un risarcimento che i vinti dovevano ai vincitori. Tale risarcimento era sempre stato di natura economica, ma nell’armistizio di Napoleone si trova per la prima volta la richiesta di un indennizzo simbolico: quello del patrimonio culturale. Le opere d’arte non erano richieste in base al loro valore monetario, ma si pensava che l’impero dovesse (e potesse) occuparsi in prima linea del patrimonio dell’umanità.


«Che Parigi diventi un’Atene moderna!» questo era il motto degli imperialisti francesi. La volontà era quella di rendere il Museo del Louvre il massimo centro artistico dell’Impero, e in quest’ottica l’unico modo era possedere le più importanti opere del passato. Le opere trasportate da Roma, Bologna, Parma, Torino e altre città italiane non erano viste come semplice trofeo di guerra, ma come un modo di assumersi la responsabilità del patrimonio universale. Addirittura, nella retorica delle spoliazioni si parlava di “rimpatrio”, come se quelle opere fossero sempre appartenute al territorio francese. Questo fu alimentato anche da una critica allo stato di conservazione in cui versavano le opere dell’antichità, al quale avrebbero potuto provvedere solo i restauratori francesi. Nella realtà, le opere furono accompagnate in molti casi dai più esperti restauratori italiani, chiamati appositamente per le loro conoscenze dei materiali e delle tecniche di restauro.


Al giorno d’oggi quando si parla di conservazione delle opere d’arte, però, l’ultima cosa richiesta è uno spostamento. I danni di trasporto sono i primi a creare dubbi ai musei contemporanei per le richieste di prestito. Le opere confiscate dai commissari di Napoleone dovettero affrontare dei viaggi molto stressanti, per terra, perché i mari dell’epoca erano nelle mani degli Inglesi. Proprio in questo ambito furono importanti le collaborazioni tra restauratori francesi e italiani, che riuscirono per ciò che riuscirono, ad evitare i più drastici danni dati dal trasporto. Il Gladiatore Borghese, pezzo venduto da Camillo Borghese al cognato Napoleone, quindi non facente parte dei bottini, venne inserito in una scatola costruita appositamente intorno alla sua forma, con un interno in peperino, una roccia magmatica estremamente leggera. È il primo esempio di imballaggio adatto al traporto di un’opera d’arte.


Le opere più difficili da trasportare furono sicuramente le sculture: pesanti e fragili allo stesso tempo. Le più importanti arrivarono tutte dal Vaticano: lo Spinario, il Galata morente, la Venere capitolina, Amore e Psiche, l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte.


Il Laocoonte è un gruppo scultoreo datato alla metà del I secolo a.C., alto 2 metri e 42. Rappresenta un episodio della guerra di Troia: il sacerdote di Apollo, Laocoonte, cerca di difendere la città dal cavallo di legno inviato dagli Achei. Atena, in preda alla collera, fa attaccare i figli del sacerdote da due serpenti marini. Per difenderli, anche Laocoonte viene catturato dai due mostri, e la statua lo ritrae nel momento di massima tensione muscolare, sia del corpo che del volto, contratto in un’espressione di dolore. L’attribuzione del Laocoonte è particolare: il primo a documentarlo fu Plinio il Vecchio, per il quale le tre statue che compongono il gruppo furono realizzate da tre artisti differenti, collaboratori nella stessa bottega: Agesandro, Atenodoro e Polidoro. Uno studio più recente ha ipotizzato che si tratti di una copia da un originale in bronzo.


Nel gennaio del 1506, il giovane Francesco da Sangallo, con il padre Giuliano e il suo amico Michelangelo, si recano sul colle Oppio dopo che fu comunicato al papa che erano state trovate alcune statue. Appena lo vide, Giuliano da Sangallo fu certo che il gruppo marmoreo fosse il Laocoonte di cui parlava Plinio nella sua Naturalis historia. Il 14 febbraio era già stato esposto nel Belvedere del Vaticano, dove rimase fino al 1797, anno del trattato di Tolentino. Napoleone indica precisamente le sculture che vuole siano trasportate dal Vaticano a Parigi, e il Laocoonte è ovviamente una di queste. Entrò a Parigi un anno dopo, tra 27 e 28 luglio 1798, dopo un faticosissimo viaggio per terra, tirato da dodici bufali da traino. Nonostante le peripezie, arrivò intatto. Nel Musée central des arts, che dal 1803 si sarebbe chiamato Musée Napoleon, fu adibita una sala esclusiva, la Sala del Laocoonte.


Fu a seguito del congresso di Vienna, nel 1815, con la sconfitta di Napoleone, che le opere poterono finalmente tornare in Italia, accompagnate dai commissari inviati per recuperare le opere sradicate. Per il Vaticano fu inviato a Parigi lo scultore Antonio Canova, a seguire i lavori per far tornare le opere al loro posto. Il 25 ottobre iniziò il rientro. Muovendosi nella stagione più fredda, le condizioni climatiche erano molto più complesse rispetto all’arrivo trionfale dell’estate 1798. Arrivati sul Moncenisio, il carro che trasportava la cassa del Laocoonte scivolò sul ghiaccio, facendo cadere la statua. Il torso del Laocoonte si spezzò in due parti. Napoleone se lo sentiva, che non sarebbe stata poi una buona idea, quest’idea delle opere d’arte come risarcimento di un armistizio.

Bizzarra novità: opere spezzate a metà.

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