• Sofia Schubert

La donna e la dea: Afrodite


Bellezza, amore, sensualità, e poi lei, Afrodite. E la dea che seduce, che attrae e incanta. È volitiva, irresistibile, vanitosa, è la forza del desiderio che spinge all’attrazione gli esseri umani e le parti del cosmo. Ma qual è la storia della sua rappresentazione?


Secondo Esiodo, Afrodite fu generata dalla spuma delle onde fecondate dal seme di Urano e per questo è anche protettrice di chi va per mare. Il culto di Afrodite è antichissimo e si perde nella notte dei secoli. Afrodite sarebbe da associare a Ishtar, dea dell'amore, della fertilità, dell'erotismo e della guerra babilonese.


Le sue rappresentazioni iniziano a fiorire già dall’epoca della Grecia arcaica. Ma inizialmente, Afrodite non è una delle divinità femminili più popolari. In età arcaica infatti, e ancora durante la prima età classica, furono piuttosto Era, la moglie gelosa di Zeus e Atena, la dea della sapienza, a essere maggiormente venerate e dunque celebrate dagli artisti.


Quando Afrodite, prima del IV secolo a.C., conquista il suo posto al vertice del jet-set delle rappresentazioni artistiche, le sue immagini sono piuttosto diverse da quelle a cui noi oggi potremmo immaginare. La dea non è ancora la formosa e sensuale donna con cui abbiamo familiarizzato attraverso gli artisti di Rinascimento e Barocco.


A quei primi esordi la dea era sempre rigorosamente vestita. Pensiamo ad esempio all’Afrodite Sosandra di Calamide, 460 a.C. Inizialmente posta all’ingresso dell’Acropoli di Atene, é coperta da un pesante panneggio, è ieratica e solenne quasi in un ruolo di una maga o di sacerdotessa.


L’epoca classica, è un periodo in cui il centro politico della città è ancora forte, e dove le statue e i rilievi sono espressione dei valori della sfera pubblica. È il V secolo a.C. a fare da spartiacque a questo ordine. Dopo le guerre persiane cambia l’equilibrio politico delle Poleis greche, la cui compattezza, corrosa dalla competizione interna, agevola il cammino all’invasione macedone.


Da questo momento, le conquiste di Alessandro Magno cambiano il mondo antico : la polis perde il suo senso di città stato e la sua dimensione pubblica sfuma in nome di una maggiore individualità, in un nuovo universo più ampio e cosmopolita, che apre nuove prospettive e nuovi orizzonti al cittadino greco. È la globalizzazione dell’antichità che, come la globalizzazione di 25 secoli dopo, porta con sé un sentimento di fragilità, di precarietà, un senso di non appartenenza e di insicurezza.


E così nelle poleis greche cambia anche il rapporto con gli dei: gli uomini iniziano a rivendicare autonomia nelle decisioni, prendendo direttamente in mano le proprie scelte, senza interrogare le divinità e i valori che incarnano. Riflesso di questo è il proliferare di rappresentazioni di divinità più legate alla sfera personale e umana, quasi quotidiana.


Ed ecco che durante l’ellenismo Afrodite viene rappresentata con caratteri nuovi, più umani. L’Afrodite di Prassitele, del 360 a.C. conservata solo in copia romana, è nuda e accenna appena a coprirsi con una mano, con un leggero gesto di pudicizia. Sta per appoggiare il panneggio su un’idria e scendere al bagno, mentre il suo sguardo vaga nell’orizzonte, come se fosse perso in una dimensione onirica.


Così come l’Afrodite di Doidalsas, 250 a.C., che è accovacciata in attesa che l’acqua del bagno le sia versata addosso. La stessa umanizzazione della divinità la ritroviamo nella famosissima Afrodite di Melos, conservata al Musée du Louvre, che ha le gambe coperte da un ricco panneggio, ma il resto del corpo nudo o in quella Landolina, le cui forme armoniose risaltano accanto al panneggio gonfiato dal vento.


Possiamo dunque dire che sia stato proprio l’ellenismo a plasmare la Venere del nostro immaginario: Venere bellissima, Venere formosa, Venere lieve, nuda e consapevole della sua naturale carnalità. È la Venere che diventa a pieno titolo dea dell’amore. E che ci dice che senza la sua presenza, la nostra non è vita.


Sandro Botticelli, Nascita di Venere, tempera su tela, 1485, 172,5×278,5 cm, Galleria Degli Uffizi, Firenze


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