• Edi Guerzoni

L'arte del restauro - e l'arte di sbagliarsi

Ci conserviamo con la skincare routine di tutti i giorni, conserviamo i nostri ricordi negli hard disk. La conservazione è un’attività molto praticata dagli esseri umani, che nella loro storia hanno conservato con attenzione una particolare categoria di oggetti: le opere d’arte.

Più che di conservazione, però, si sente più spesso parlare di restauro. Il restauro, tuttavia, è una pratica drastica, non è la crema antirughe, ma un lifting. La cosa migliore sarebbe il botox, perché si può sempre tornare indietro.


Le opere d’arte sono custodite in ambienti sempre diversi ed è soprattutto dal loro contesto che bisognerebbe iniziare a conservarle. La manutenzione è il miglior modo per prendersi cura delle cose. A volte, però, possono intercorrere degli incidenti (v. sotto: incendio di Notre Dame del 15 aprile 2019) che portano gli esperti ad attuare azioni più drastiche per non perdere quel pezzo di storia.


Un errore in cui si può cadere spesso è quello di credere alle seguenti parole:


«L’importante restauro riporterà l’opera al suo stato originale»


Nessun intervento di restauro può effettivamente far tornare la materia alla condizione che aveva il giorno che fu dichiarata finita. La maggior parte delle opere d’arte hanno avuto una vita anche in seguito alla loro esecuzione da parte dell’artista. Sono state comprate, dimenticate in una cantina, posizionate in una chiesa sotto il fumo delle candele, o passate di mano in mano e ritoccate. Modificare un’opera per uno scopo diverso dall’originale è sempre stato consuetudine nella storia dell’arte europea.


Prima del XX secolo il restauro era una pratica sfacciatamente arbitraria. Le opere subivano interventi di vera e propria modifica, come l’allargamento o il rimpicciolimento a seconda della grandezza della cornice. Poteva anche succedere di spostare a piacere le braccia o le gambe di una scultura classica, magari sostituendone la testa per modificarne le sembianze in vista di un cambio di committente. Un quadro poteva essere modificato anche nella composizione, per censura o perché il gusto del restauratore o artista era cambiato. Il concetto di restauro nasce come azione conservativa, ma soprattutto come reinterpretazione di qualcosa di vecchio.


Ad un certo punto, però, qualcuno ha deciso di prendere delle precauzioni. Si chiamava Cesari Brandi, uno dei più importanti teorici del restauro internazionale. Le sue lezioni universitarie furono raccolte nel saggio Teoria del restauro, edito 1977 da Einaudi.

Il buon Cesare, che era innanzitutto uno storico dell’arte, spiegò in lunghe e prolisse argomentazioni che un’opera d’arte era fatta di due cose:


· La sua istanza estetica: la forma, lo stile, quello che vediamo e che appaga la vista e il piacere


· La sua istanza storica: la storia, il passare degli anni sulla sua superficie e sulla materia dell’opera-oggetto


Basandosi sull’idea di istanza storica, si è iniziato a considerare il tempo dell’opera: i suoi restauri passati, i furti, i ritagli, i ritocchi, gli incidenti. Nel caso dei dipinti, un sintomo del passaggio del tempo è la sua patina: una stratificazione di vernici, sporcizia, ritocchi, che sono parte integrante della storia di un’opera e di tutte le persone che ci sono entrate in contatto. A volte era lo stesso artista ad aggiungere una vernice al suo lavoro, per renderlo adatto al gusto dell’epoca.


Il motivo per cui al giorno d’oggi si sceglie ancora di pulire, togliere e cercare invano di tornare all’opera originale, si trova in quella che è chiamata storia del gusto. Nell’Ottocento romantico poteva succedere che si aggiungesse della vernice a un dipinto per donargli un’aria più antichizzante. Nel XXI secolo, trovandoci inondati dall’alta definizione, abbiamo acquisito un gusto estetico che vuole le cose nitide, impeccabilmente leggibili, in 4K. Anche per questa spinta si tende a pulire molto più di un tempo, perché è tramontato il gusto per il tempo pittore, quello strato di aggiunte e di sporco che davano valore storico a un quadro.


Il concetto di patina ha le sue conseguenze sugli interventi di pulitura: le rimozioni, appunto, di sporco e vernici. Bisognerebbe sempre considerare che togliendo strati di materia esiste il rischio di eliminare anche il tocco di pennello originale. Nel secondo Novecento si litigò così tanto sulla questione che si decise di dare un nome a queste discussioni: Cleaning Controversy. Sulle pagine del Burlington Magazine, rivista fondamentale per la storia dell’arte occidentale, nel 1945 Cesare Brandi e i conservatori della National Gallery di Londra dibattevano sulla pulitura della Donna al bagno di Rembrandt, Il Cappello di paglia di Rubens e il Ritratto di Filippo IV di Velazquez. Secondo Brandi, si era spinti troppo oltre con le rimozioni.


L’ultima grande Cleaning Controversy risale al periodo 2008-2012, quando il Museo del Louvre ha sottoposto la Madonna con Bambino e Sant’Anna ad un complesso intervento di restauro. Ad un certo punto era evidente che si stesse pulendo troppo, in modo così drastico che chi vigilava sul restauro si dimise. Era successo infatti qualcosa di abbastanza grave: ciò che caratterizza la pittura di Leonardo, il suo famoso sfumato, stava lentamente scomparendo insieme alle annose vernici ingiallite.



Cesare Brandi insisteva anche sul fatto che il restauro dovesse sempre essere un’azione reversibile, cioè che gli interventi contemporanei potessero essere rimossi. Per quanto riguarda le aggiunte, come il riempimento di una lacuna, consigliava ciò che ormai è normativa: i materiali utilizzati devono poter essere rimossi danneggiando l’opera il meno possibile. Ma nel caso della pulizia, come insegna la candeggina, non si può mai tornare indietro. Nel mondo dell’arte sono state criticate anche le puliture del Giudizio Universale di Michelangelo, del San Sebastiano di Antonello da Messina a Dresda, del Battesimo di Cristo di Piero della Francesca, della Madonna del Cardellino di Raffaello.


Un altro evento irrimediabile è l’incendio, come abbiamo potuto vedere con la distruzione del tetto di Nôtre Dame di Parigi. Le decisioni in merito al restauro hanno tenuto occupati restauratori, storiche dell’arte, architetti e scienziate per più di un anno, e ora si è deciso di optare per una ricostruzione, che dovrebbe proprio riportare la cattedrale alla sua “forma originaria”. Forse, in futuro, alle persone che passeggeranno estasiate per l’Île de la Cité non importerà molto dell’originalità di quelle guglie.


Ma negli ultimi anni è anche successo che alcune opere fossero completamente devastate da restauratrici offertesi volontarie e improvvisate, perché in fondo i cambiamenti di gusto non partono solo dalla National Gallery. Nel caso delle statue si può sempre distruggere e ricreare, com’è successo in Canada, dove la testa di un Gesù Bambino è diventata molto più simile a Maggie Simpson.


Ma nel caso del dipinto spagnolo della città di Borja il restauro è stato davvero irreversibile: una anziana parrocchiana si è lanciata nell’impresa di restaurare un affresco ottocentesco rappresentante un Ecce Homo. Il nuovo volto del Gesù è diventato talmente brutto, sformato e nonsense, da diventare un meme di fama mondiale. Andando contro ad ogni teoria brandiana, ha avuto tuttavia il merito di portare alla ribalta il tema del restauro nel mondo del web.



Bibliografia


Cesare Brandi, Teoria del restauro, Einaudi, Torino, 1973




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