• Edi Guerzoni

Il mistero di Giovanna Tornabuoni


Domenico Ghirlandaio, Ritratto di Giovanna degli Albizzi Tornabuoni, Tempera e olio su tavola, 77x49 cm, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza


Chi è la donna ritratta in questo dipinto? Come si chiama? Quanti anni ha? Era sposata? A volte, essere una storica è un po’ come essere una detective. A volte le opere si accompagnano a poche fonti scritte, ed è necessario studiare gli indizi che si trovano sull’opera stessa.


Da quando questo dipinto è uscito allo scoperto si è dibattuto sia sull’identità della giovane che sulla datazione del dipinto, ma su una cosa si era certi: il pittore. L’autore del dipinto è Domenico Ghirlandaio, uno dei più influenti artisti della Firenze del Quattrocento: ha lavorato tutta la vita per la famiglia Medici e, secondo Vasari, “ritrasse un gran numero di cittadini fiorentini […] e particolarmente tutti quelli di Casa Tornabuoni, i giovani et i vecchi.”

Il primo storico dell’arte cita i Tornabuoni: il cognome di una delle più celebri famiglie fiorentine. La tavola ritrae proprio la giovane Giovanna degli Albizzi (1468-1488), figlia del banchiere della famiglia Medici, Maso degli Albizzi. Nel 1486 la giovanissima Giovanna si sposa con Lorenzo Tornabuoni.


All’inizio, i nostri colleghi non sapevano nemmeno di chi si trattasse. La nobildonna fiorentina è ritratta di lato, e la sua identità è stata confermata proprio da un ritratto di profilo presente su una moneta dell’epoca. Sembra sin da subito che il ritratto abbia qualcosa di idealizzato, come se l’artista l’avesse dipinto senza avere Giovanna davanti a sé.

L’iscrizione nel piccolo cartiglio recita: ''Arte, se tu potessi raffigurare lo spirito e la morale, non ci sarebbe sulla terra quadro più bello''. Si fa riferimento sia alla bellezza della giovane nobildonna, sia a quella stessa del quadro. Nell’iscrizione appare anche un anno: 1488. Sulle prime, si pensò che fosse la data della realizzazione del quadro. Ma c’erano altre opzioni: che la data della commissione fosse il 1486, per l’occasione del matrimonio con Lorenzo; oppure il 1487, come se l’opera celebrasse la nascita del primo figlio della coppia. E gli storici dell’arte devono per forza sapere la data di un quadro.


Nella moda dell’epoca esisteva il vezzo del fazzoletto, che in questo caso era la stoffa dell’abito, tenuto nella mano delle donne. In un particolare dell’affresco di Siena: Accoglienza educazione e matrimonio di una figlia dell'ospedale di Domenico di Bartolo. si nota una fila di nobildonne che accompagnano una fanciulla a conoscere il futuro marito, tutte con il fazzoletto nelle mani. La forma che va a prendere il piccolo drappo somiglia a una vulva, che prende una grandezza diversa in baso allo stato sociale della donna che lo tiene in mano. Anche la Tornabuoni tiene in mano il fazzoletto, e assomiglia molto a quello della fanciulla di Siena. Se il fazzoletto contrassegnasse la verginità della ragazza, sarebbe stato commissionato in vista del matrimonio, nel 1486. Ma questa idea si basava su una pura presunzione iconografica a posteriore, e venne scartata.


La maggior parte degli studi su questo quadro dimostrano che potrebbe essere solo un ricordo della giovane. Lo studio delle fonti porta alla luce il fatto che Giovanna Tornabuoni, nel 1488, muore per il parto del secondo figlio. La probabilità che fosse un dipinto onorario post mortem era stata scartata per mancanza di un simbolo appropriato al tema della morte. Eppure, il fatto che il ritratto non sia una copia dal vero ma si ispiri ad una moneta e a un affresco, ha fatto pensare il contrario.


Nella toscana del Quattrocento, si parlava spesso di immortalità dell’anima. Uno dei massimi teorici dell’arte rinascimentale, Leon Battista Alberti, diceva che il ritratto era il modo migliore per rendere immortale una persona. La tradizione derivava direttamente dal ritratto di epoca romana, che aveva un preciso intento propagandistico. Si voleva ricordare chi era deceduto, per sottolineare l’importanza del lignaggio e dei rapporti politici intercorsi in vita.


Il ritratto di Giovanna rimase esposto nelle stanze pubbliche per un lunghissimo periodo, rappresentando un esempio per tutte le dame di corte, come successe anche a sua sorella Lucrezia. Statue e ritratti immortalavano per sempre queste donne: nelle cappelle dedicate alle loro famiglie, nelle chiese più importanti delle città, dentro le stanze dei palazzi nobiliari, e oggi nei musei - e su Instagram.


Bibliografia


Eckart Marchand, His Masters Voice: Painted Inscriptions in the Works of Domenico Ghirlandaio., in « Artibus Et Historiae », vol. 33, n. 66, 2012, pp. 99–120


Maria DePrano, At Home with the Dead: the Posthumous Remembrance of Women in the Domestic Interior in Renaissance Florence, in “Notes in the History of Art”, vol. 29, n. 4, 2010, p. 21 -28


Patricia Simons, Giovanna and Ginevra: Portraits for the Tornabuoni Family by Ghirlandaio and Botticelli, in “Tatti Studies in the Italian Renaissance”, 14/15, 2011, o. 103-135


Philippe Daverio, Il museo immaginato, Rizzoli, Milano, 2011

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