• Eugenia Dell'Aiuto

I Put a Spell On You: la stregoneria nella storia dell’arte

Parte I


Se avete avuto modo di assistere a qualche particolare celebrazione cattolica, le vostre orecchie potrebbero aver udito la formula:


“Rinunciate a Satana, origine e causa di ogni peccato?”


Questa domanda, in tutti i sensi una richiesta di abiura, che nel 2021 suona un po’ assurda, ha radici antichissime. Si iniziò ad adottare in quell’epoca ibrida in cui paganesimo e cristianesimo convivevano, e tutti i riti ancora legati alla religione passata, praticati da una larga fascia della popolazione, erano considerati satanici. Quando l’imperatore Costantino sancì la tolleranza del culto cristiano (313 d.C), nulla vietava a chi si era convertito di mescolare il nuovo Dio e le vecchie credenze: insomma, si chiedeva la stessa cosa a più entità, si affrontavano le proprie paure appellandosi un po’ a tutti, pensando che si avrebbe avuto una risposta, da una parte o dall’altra.


I cristiani continuarono a lungo ad osservare le viscere degli animali, a risvegliare le energie della terra attraverso formule bizzarre, a preparare miscugli a metà tra medicine, veleni e pozioni magiche. Coloro che il Medioevo bollerà come streghe e maghi, non erano altro che uomini e donne che conoscevano profondamente le usanze pagane e che, attraverso queste pratiche, rispondevano ai bisogni della popolazione. C’erano trame di tessuti intrecciate con incantesimi, preghiere pagane presso alberi e sorgenti, richieste di suscitare o placare tempeste, sortilegi d’amore. Si pensava di poter guarire i bambini tenendoli sollevati al di sopra dei camini, o ancora si mangiavano pidocchi ed escrementi umani perché considerati curativi.


Per molto tempo, fattucchiere e stregoni hanno fatto paura alla Chiesa, che ha incontrato reali difficoltà a imporsi: i primi sacerdoti cristiani hanno tentato di scardinare tutte le pratiche pagane obbligando le persone all’abiura. Per questo, quando oggi pronunciamo o sentiamo pronunciare quel “Rinuncio a Satana”, ricordiamoci di questo: la stregoneria è una storia ancora impressa in noi. Una storia triste, certo, e ingiusta, che ha fatto tante vittime: spesso gli accusati rispondevano affermativamente alle assurde insinuazioni degli inquisitori solo perché sotto tortura, illudendosi che ogni loro pena sarebbe cessata se avessero detto ciò che i loro carnefici volevano udire.

La stregoneria ha anche ispirato profondamente l’essere umano, nella pratica artistica come nelle lotte politiche. Per i poteri sovrannaturali che le permettono di sopraffare il maschio e per il suo mancato riconoscimento nelle strutture sociali, la strega è stata e continua ad essere un simbolo della battaglia femminista.


Se pensate però alla donna vecchia col naso adunco e il cappello a punta, siete fuori strada. O meglio, conoscete soltanto una delle sfaccettature dell’iconografia della strega. Le sue radici antichissime l’hanno resa estremamente complessa e mutevole, legata all’Antico Egitto, alla tradizione greca -e più precisamente a Diana, dea della caccia,- fino ad arrivare alla Vergine Maria. L’atteggiamento della storia nei suoi confronti è cambiato più volte: prima clemente, dopo severissimo, poi ancora razionale e oggi, forse, amico. E’ l’incontro di due aspetti – l’origine mitologica e la sua esistenza in quanto individuo– a modificare, secolo dopo secolo, la maniera di rappresentare questa figura.

La nostra visione occidentale della strega risale al periodo della Roma imperiale.

Sono sei le creature che, insieme, hanno dato vita agli archetipi di questa figura e che ne costituiscono il background: Iside, Medusa, le tre Graie e Lamia. Queste figure sono a loro volta suddivise in due prototipi: la strega giovane e bella, e la strega anziana e maligna.

Iside è la dea egizia della fertilità, esperta di veleni, personificazione della vedova in lutto. Fu capace, tramite degli incantesimi, di riportare in vita il marito Osiride, il cui cadavere era stato fatto a pezzi. Sotto l’Impero Romano il culto di questa dea, assimilata lentamente alla figura di Diana e di Giunone, era ancora forte: per esempio, Ovidio raccomanda di far visita a una delle cappelle dedicate a “Iside la mezzana” durante una notte di luna per assicurarsi la buona riuscita di un incontro galante. Sono numerosi i punti di contatto tra questa dea e le caratteristiche della strega: da una parte Iside piange il corpo di Osiride, fatto a pezzi, poi riesce a ricostruirlo interamente, creandone ex nihilo l’organo sessuale (il solo che non aveva ritrovato). Dall’altra parte, le streghe si riuniscono in una cerimonia orgiastica, il sabbat, durante la quale mescolano in un calderone carne umana fatta a pezzi. Inoltre, le sacerdotesse dei riti isiaci si chiamano Hierophantriae, cioè “maestre delle sacre cerimonie di Ecate”: lo stesso titolo di cui le streghe del Medioevo si faranno portatrici. Infine, Apuleio documenta che i popoli germanici, dopo avere accolto il culto di Iside, lo fecero proprio, e associarono alla dea una veste nera trapunta di stelle e una falce di luna.


L’idea della fattucchiera anziana e potente deriva, invece, dal mito delle Graie. Questa triade, figlia di Ceto, è formata da tre donne molto brutte, con i capelli bianchissimi, nate già vecchie; insieme, condividono un solo dente ed un solo occhio, che devono scambiarsi per poter vedere o mangiare. Tuttavia, il deficit fisico è compensato da uno spirito attento, intelligente e profondamente saggio. La negazione del corpo in favore della mente rappresenta, nella tradizione occidentale, l’individuo “illuminato”, colui che può spiegare ciò che è incomprensibile a livello razionale. La strega anziana è tra le più temute, e questo perché, storicamente, la donna è per tutta la vita sotto la tutela del padre e poi del marito. In tal senso, la sola donna libera è la vedova, la quale può servirsi delle proprie facoltà intellettive senza l’influenza di chi la circonda.


Infine, è opportuno citare le storie di due sfortunate giovani: Medusa e Lamia. La prima è una fanciulla bellissima che viene sorpresa da Atena ad accoppiarsi con Poseidone in uno dei suoi templi; per questo motivo viene trasformata in un mostro con gli occhi di fuoco, una lingua lunghissima, dei serpenti al posto dei capelli e delle zanne appuntite. Così Medusa diventa capace di pietrificare con lo sguardo: il suo fascino, seppur mostruoso, riesce ad attrarre gli uomini. Violenza, cattiveria, potenza distruttrice e capacità intellettiva fuori dal comune accompagnano la nuova Medusa. Se prima la sua arma principale poteva considerarsi la seduzione, ora la forza di Medusa si trova unicamente nella vista, il senso che più viene associato all’intelligenza. Ritroviamo tutto questo nella pratica del malocchio, l’arma per eccellenza della strega: attraverso uno sguardo fisso ed intenso, le fattucchiere maledicono le persone su commissione dei clienti.

Lamia ha un destino molto simile a quello di Medusa: secondo la mitologia greca, anch’ella è molto bella, e scatena l’ira di Era per essersi accoppiata con Zeus. La moglie del re dell’Olimpo si vendica uccidendo i figli di Lamia, la quale inizia, disperata dal dolore, a succhiare il sangue di tutti i bambini terrestri che riesce a catturare sottraendoli alle madri; una volta arrivata la sera, però, dovendo fare i conti con la sua coscienza, Lamia non si dà pace e, per poter dormire, deve ubriacarsi e strapparsi le pupille. Ritroviamo questi elementi anche nella tradizione del sabba: ebbrezza, corpi di bambini sacrificati o bruciati per produrre un olio che le streghe si spalmano su tutto il corpo. Ma la storia di Lamia evoca anche un altro aspetto, ovvero quello della strega come una donna bella e dalla forte emotività, schiava dei propri sentimenti, che manipola l’uomo non tanto per servirsene, ma per amarlo.


Nell’Odissea troviamo la descrizione della prima strega della storia occidentale che appartiene a questa categoria: Circe. Bellissima, trasforma Ulisse e i compagni in animali per poterli tenere imprigionati sulla propria isola. Una donna che vive a fior di pelle, vittima di un qualcosa più forte di lei. L’amore carnale.

Riassumendo, nell’immagine odierna della strega ritroviamo uno o più elementi dei personaggi sopracitati. è diventata colei che fa a pezzi la carne umana, sacrifica i bambini, si riunisce in cerimonie orgiastiche ritmate dal vino. E’ la protettrice del parto e della fertilità, la donna che maledice attraverso il suo sguardo, regina della notte e dell’oscurità. Dal punto di vista dell’aspetto fisico, talvolta è bella e ammaliatrice, emotivamente instabile e vittima della passione amorosa. Altre volte è invece la donna naturalis, dalle forme caduche e di età avanzata, legata alla natura.

Nella storia dell’arte, le raffigurazioni delle streghe attingono costantemente all’immaginario che abbiamo appena analizzato, ma lo fanno insistendo principalmente su due poli opposti: troviamo infatti o la donna-femina (dal latino: fruttifera, fertile), animale sessuale, o la donna-virilis (dal latino vir, uomo), anziana, reazionaria e indomita. La prima utilizza il suo corpo, la seconda agisce tramite la sua privilegiata connessione mentale con la natura.


Questi due estremi traducono due principi filosofici: l’eros e il logos.

La strega, insomma, non è altro che la rappresentazione femminile dei danni che possono causare le due parti costituenti dell’uomo, essere pensante e al contempo animale schiavo dei propri impulsi. Entrambi i tipi di strega rappresentano un pericolo per l’uomo: l’una perché sa troppo, e rischia di rendere il popolo partecipe di questa conoscenza, provocando una rivoluzione. L’altra perché lo ammalia e lo assopisce sulla strada del piacere, servendosene per i suoi scopi.

Per questo motivo, l’unica soluzione è annientarla.


Streghe attorno a una pentola per la

fabbricazione di un decotto malefico,

xilografia tratta da : De lamies et

pythonicis mulieribus, autore Ulrich

Molitor, Costanza 1489


Nella prossima uscita di questo doppio articolo si analizzerà l'evoluzione iconografica della Strega nella storia dell'arte occidentale


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