• Sofia Schubert

Fernanda Wittgens e il Museo Vivente

Alla sua scrivania, con un filo di perle, l’aria seria e gli occhi sui suoi appunti. In questa foto del 1955 Fernanda Wittgens è già diventata direttrice della Pinacoteca, la prima direttrice donna, l’unica a Milano. Ha già portato a termine l’opera di ricostruzione del museo, distrutto dai bombadamenti di fine guerra, ha appoggiato la Resistenza partigiana ed è stata incarcerata per 7 mesi. Ha anche personalmente seguito le operazioni di protezione del patrimonio, nascondendo nelle ville dei laghi lombardi dipinti e statue, ha lavorato alla soprintendenza della regione e scritto per numerose riviste di inizio secolo.


Mi dispiace di non essere un direttore uomo, perché in quel caso avrei difeso la dignità del mio lavoro. Ma io sono una donna e ho sempre dovuto impormi una tolleranza eccezionale. Ho scritto risposte che ho deciso all'ultimo momento di non inviare al Ministero, ho rinunciato a certi comunicati stampa ufficiali, ho dato più volte la possibilità alle persone di criticarmi, perché tendo ad essere polemica anche se lo odio. La gente mi chiama una donna terribile a causa della mia franchezza, e mantengo questa reputazione.


Fernanda Wittgens nasce a Milano nel 1903. Il padre, il barone Adolfo Wittgens, è italo-austriaco, la madre, Margherita Righini, è italo-ungherese. Studia al liceo classico Parini e poi storia dell’arte all'Accademia scientifico-letteraria, confluita poi nell’Università Statale. Entra alla Pinacoteca di Brera nel 1928 come “operaia avventizia”. Ma il talento è molto, e di lì a poco diventa assistente del direttore Amedeo Modigliani.

Il 16 agosto del 1940 passa il concorso per diventare direttrice museale, con lei solo un’altra donna: Palma Bucarelli. Ma scoppia la guerra e Fernanda non può che impegnarsi nella protezione del patrimonio artistico: mette in salvo gran parte delle opere della Pinacoteca di Brera e del Museo Poldi Pezzoli, tra Villa Giulia a Bellagio e Villa Carlotta a Tremezzo. Si occupa personalmente del trasporto dello Sposalizio della Vergine, che è trasferito a Villa Corniolo a Orvieto. Oltre a queste attività, entra nella rete di appoggio della Resistenza partigiana, in sostegno di famiglie ebree milanesi nel tentativo di scappare in Svizzera. Sarà tradita proprio da un giovane ebreo collaborazionista ed incarcerata a San Vittore per sette mesi, accusata di essere “nemica del fascismo”.


A guerra finita, Milano è distrutta. I bombardamenti della notte tra il 7 e l'8 agosto del 1943 hanno un effetto devastante sulla città. Gran parte dei monumenti storici sono colpiti, la Pinacoteca di Brera, di cui 30 delle 34 sale sono distrutte. A fianco del direttore Amedeo Modigliani prima e poi come direttrice dal 1950, Fernanda Wittgens inizia quella che sarà la colossale opera di ricostruzione del museo. Ha ben chiaro come vuole che il museo rinasca dalle sue ceneri. Colta e sicura delle sue conoscenze in materia di museologia, consolidate dalle letture dei colleghi francesi e americani, è convinta che l’unica strada per un museo moderno sia quella dell’approccio didattico. Per questo si impegna perché prenda forma quello che lei chiama il “Museo Vivente”. Un museo visto come espressione della società, uno strumento educativo e di arricchimento, un luogo aperto e pensato per raggiungere il maggior numero di persone. Un luogo che non sia più un "archivio" ma un centro di vita intellettuale e di discussione. Un museo, quindi, non più Tempio ma Agorà, perché il visitatore ne esca con la convinzione che il mondo dell'arte non appartiene a un'élite, ma a tutti. È un progetto che risponde all’ondata di innovazione estera, soprattutto francese e anglosassone, che sta trasformando la visione museale del XIX secolo. E soprattutto è un progetto che prende vita da una visione personale, che affonda le radici nei principi di democrazia, giustizia sociale, uguaglianza e considerazione per gli altri.


Il progetto del Museo Vivente trova la sua massima espressione nel programma di attività educativa inaugurato da Wittgens nel 1951. Il punto di partenza che l'aiuta a plasmare questo programma è l’esperienza del viaggio organizzato dall'ICOM, per visitare alcuni musei americani, caratterizzati da un approccio più didattico ed educativo Il programma allestito a Brera successivamente consiste in una serie di visite guidate e attività educative per le scuole primarie e secondarie e un programma più specifico, di carattere storico, per le università. Oltre a questa attività, Wittgens collabora anche con alcune delle maggiori aziende dell'industria milanese, come Alfa Romeo e Pirelli, e progetta per i loro operai e lavoratori dei corsi di Storia dell'Arte. La volontà di aprire il museo raggiunge anche artigiani, stampatori e tessitori, professioni già vicine al mondo dell’arte, ma che mancavano di una solida base teorica. Per loro vengono ideati specifici corsi di Storia dell’Arte tenuti da insegnanti preparati per divulgare temi considerati di alta cultura, come la pittura quattrocentesca lombarda, l'Officina Ferrarese, l'orda di Correggio, l'eclettismo di Bologna e la rivoluzione di Caravaggio.


Nell'aprile del 1956 viene organizzata la manifestazione "Fiori a Brera". Vera e propria operazione di marketing culturale, è presentata da Eugenio Montale ed ha un enorme successo, con 20.000 ingressi solo per il giorno dell'inaugurazione e 180.000 totali durante la settimana. Finanziata da La Rinascente, è uno dei primi esempi di collaborazione tra istituzioni pubbliche e private. Per l’occasione, il museo è decorato con composizioni floreali scelte in accordo con i valori cromatici delle varie stanze e intese come un invito scenico al pubblico.


Esposizione Fiori a Brera, 1956-57


Il lavoro didattico e di apertura del museo diventa così importante e riconosciuto a livello nazionale che nel 1956 il Ministero della Pubblica Istruzione inserisce il "principio dell'educazione artistica popolare" nella sua relazione annuale.


Fernanda Wittgens muore nel 1957 proprio mentre stava cominciando a raccogliere i primi frutti dei suoi sforzi e della sua dedizione a Brera. Non ancora una figura ampiamente studiata, la sua attività di critica e storica dell'arte e la sua biografia legano, come una sorta di filo rosso, eventi e personalità centrali dell’epoca. Ma mancano ancora ricerche sulla sua attività museologica, nonostante sia stata la prima donna direttrice di un grande museo italiano e autrice di un approccio rivoluzionario nel panorama nazionale dell’epoca.

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