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Erotika 500: la coraggiosa e sfrontata vicenda de I Modi di Giulio Romano

«Che male è vedere montare un uomo adosso a una donna? Adunque le bestie debbono essere più libere di noi?». Lettera di Pietro Aretino a Battista Zatti, medico chirurgo, Venezia, 1537.


C’è una cosa sul grande pittore Giulio Romano, il pupillo di Raffaello, che forse non tutti conoscono: I Modi. I “modi” di che cosa, vi chiederete voi. È proprio quella cosa lì, a cui i più maliziosi stanno pensando; si tratta dei modi di fare l’amore. Sedici, per l’esattezza.

Nel 1524 Giulio Romano inizia il suo soggiorno mantovano, ospitato da Federico II Gonzaga come pittore di corte. Qui, per dieci anni, Giulio affresca Palazzo Te, la villa extraurbana dei Gonzaga, concepita come edificio di rappresentanza e di ospitalità ma anche – e soprattutto – come luogo riparato in cui poter liberamente godere dei piaceri della vita aristocratica. Sicuramente ispirato dal modus vivendi dei Gonzaga e dei suoi ospiti, Giulio Romano si mette ben presto a fare dei piccoli disegni pornografici, modulando le sue figure e le posizioni di queste sulla base, certamente, della sua immaginazione, ma anche degli oggetti di epoca romana che i Gonzaga collezionavano. Sappiamo per esempio con certezza che il pittore aveva visto gli spintria, delle tessere erotiche che nell’Impero romano si usavano all’interno dei lupanari – dal latino lupa, cioè prostituta: i bordelli dell'epoca romana–. Per la loro conformazione (questi gettoni di metallo avevano una faccia che indicava un numero, e un’altra che rappresentava una posizione sessuale), gli spintria sono stati interpretati come delle “carte di richiesta” che venivano presentate ai sexworkers dai clienti: questi non erano così obbligati ad esprimere a parole il loro desiderio, cosa che poteva essere difficile o imbarazzante. Comunque, l’erotismo nella famiglia Gonzaga doveva essere un tabù ormai da tempo superato, se pensiamo che Francesco II, il padre di colui che accolse a Mantova Giulio Romano, usava una gemma antica scolpita con una scenetta erotica per sigillare le sue lettere!


Marcantonio Raimondi, Donna con dildo, 1520 circa, incisione a bulino, 141x179 mm, Stoccolma, Nationalmuseum

I disegni di Giulio stimolano presto la curiosità e lo spirito stravagante di Marcantonio Raimondi, incisore. Una sua stampa conservata nel Museo Nazionale di Stoccolma dimostra che soggetti di questo tipo fossero già particolarmente graditi a Raimondi anche prima del 1524; nel 1520 aveva infatti inciso Donna con dildo, una bella ragazza nuda in piedi che si dà piacere con un sextoy fatto di vetro di Murano (questi dildi del ‘500 avevano anche un nome: pastinache muranesi, chiamati così perché a forma di pastinaca, una verdura che in Italia usiamo poco ma ben conosciuta in Francia e in Inghilterra). Dunque, tra il 1524 e il 1525 Marcantonio si infervora per i disegni di Giulio e li incide: sedici disegni per sedici posizioni, dal formato di 14x16 centimetri. Quasi contemporaneamente il poeta e intellettuale Pietro Aretino, che lavorò alla corte di Papa Leone X, nominato da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso e ritratto più volte da Tiziano, si lascia ispirare a sua volta da queste immagini estremamente esplicite ed evocative e compone sedici poesie, raccolte sotto il titolo di Sonetti Lussuriosi. Come se il carattere esplicito delle immagini non bastasse già da sé, la forza delle parole del poeta toscano rincara la dose:


«Tu pur a gambe in collo in cul me l’hai

Ficcato questo cazzo, urta fracassa

Del letto mi ritrovo in su la cassa»

(Sonetto 16)


Non conosciamo esattamente quando fu pubblicato, né da quale editore, né in che città, ma di certo il libro che associa i sonetti di Aretino alle incisioni di Raimondi comincia velocemente a circolare e a diffondersi, soprattutto in quei luoghi riparati e adibiti al piacere che somigliano tanto a Palazzo Te, dove la vicenda era iniziata.


Sarebbe ingenuo credere tuttavia che si potesse fare tutto questo senza incorrere nell’ira della Chiesa: all’alba del concilio di Trento, indetto proprio per “riformare” il clero – le cui abitudini erano diventate sempre più profane – la censura si abbatte su questi oggetti, bruciando le copie dei Sonetti lussuriosi in circolazione, distruggendo le matrici in rame che avevano dato vita alle incisioni e, infine, strappando i disegni dell’illustre ma pur sempre peccatore Giulio Romano. Al pupillo di Raffaello si decide di non dire niente: nelle sue biografie lo si continua a lodare come grande artista e la vicenda de I Modi rimane, semmai, una postilla divertente e curiosa. Marcantonio Raimondi, invece, viene messo in prigione, anche se per un breve periodo. Ma la sorte più dura tocca all’Aretino: i sonetti gli valgono l’infamia, viene accoltellato e costretto da Venezia a rifugiarsi a Mantova (dove ancora una volta i Gonzaga scelgono il ruolo di protettori). Perché soltanto al poeta tocca in sorte l’eterno disonore – ancora oggi, se cerchiamo il suo nome su Wikipedia, dopo la sua data di nascita e di morte si legge che «È conosciuto principalmente per alcuni suoi scritti dal contenuto considerato quanto mai licenzioso», eppure l’Aretino ha scritto molto altro – ? Una risposta potrebbe essere che nel 1500 la pittura è comunque considerata un’arte di minor valore rispetto alla scrittura, la più illustre delle attività umane, figlia dell’ingegno di Omero. A quest’arte sublime sono perciò ancora meno permesse certe cadute di stile. Oppure, si considera l’Aretino il peggiore perché il più impertinente: se il Papa aveva inizialmente chiuso un occhio su Giulio Romano, ha dovuto poi punire Marcantonio. Quando sulla vicenda infierisce anche il poeta, a quel punto la curia perde la pazienza.


Comunque, chi venne dopo fu un po’ più furbo. Già nel 1527 Giovanni Jacopo Caraglio pubblica insieme a Rosso Fiorentino e Perin del Vaga Gli amori degli Dei, venti incisioni a carattere erotico. Tra il 1585 e il 1590 Agostino Carracci (sì, proprio il fratello di Annibale, famoso pittore di scene sacre) ne pubblica tredici scegliendo il nome di Lascivie. Anche se in questi due casi si affronta la materia in una maniera più light, questo insistere nella pubblicazione di immagini lascive anche dopo il concilio di Trento è interpretabile come una importante rivendicazione da parte dell’artista della propria libertà. Dopo lo scandalo suscitato da I Modi, Caraglio e Carracci scelgono di rendere la materia pornografica meno esplicita, di far maggior presa sui sentimenti dei personaggi, stretti in abbracci realmente amorosi e passionali, e soprattutto di ispirarsi a temi biblici o a episodi della mitologia classica, che in qualche modo offrono un lecito pretesto per affrontare il tema del sesso. Ciò che aveva sorpreso infatti dei disegni di Giulio Romano era la loro totale profanità: i protagonisti de I Modi sono uomini e donne terreni, che abitano in case borghesi o in ambienti più modesti, o che si lasciano andare al loro amore in aperta campagna. In una delle sedici posizioni, per esempio, una giovane mamma riesce, nel bel mezzo dell’atto, a far muovere con un piede la culla del proprio bambino, appoggiata a terra, per farlo addormentare.


La censura della Chiesa ci impedisce oggi di poter conoscere, osservare e studiare da vicino queste incisioni: alcuni frammenti a stampa conservati al British Museum di Londra sono stati per anni considerati originali, finché nel 2004 lo storico dell’arte James Grantham Turnet non ha dimostrato che sono invece di Agostino Veneziano. Nessun originale è quindi sopravvissuto all’ira del Papa. Per fortuna le immagini sono state copiate (se ne conservano molte versioni soprattutto ottocentesche), ma quello degli storici dell’arte che hanno cercato di ricostruire l’aspetto originale de I Modi è stato un lungo lavoro.

Dei Sonetti Lussuriosi di Aretino conosciamo invece un solo esemplare, scoperto negli anni ’30 del Novecento e per anni chiamato “il libro T”, senza che mai nessuno ne indicasse la localizzazione. Poi venne fuori che era stato soprannominato così perché apparteneva a Toscanini, figlio del grande direttore d’orchestra Arturo. Nel 2006 questo libro è stato comprato a Parigi per 325.600 euro da un collezionista ginevrino, che conserva ancora preziosamente il suo anonimato. Questo unico esemplare appartiene tuttavia a un’edizione già gravemente corrotta, sicuramente già fuori dal controllo dell’autore, perché gli studiosi vi hanno rintracciato diversi errori di stampa e l’assenza dei sonetti 4 e 5.


Certo, la rarità di questi oggetti dipende anche dalla loro materialità: la carta è senza dubbio il supporto più fragile. Dal Cinquecento in poi, il regno privilegiato della produzione erotica è quello delle cosiddette arti grafiche: disegni e stampe. Il supporto suggerisce l’utilizzo peculiare di queste immagini: a differenza delle grandi tele esposte nei saloni, queste figure si adattano ad una visione intima, nascosta, privata, all’interno di camere da letto o “stufette” (i bagni termali privati dei ricchi del ‘500). La tecnica della stampa e la facile reperibilità e maneggevolezza della carta ne permettono prima di tutto una diffusione capillare: mentre negli scritti dei critici d’arte queste immagini vengono spesso condannate, sul mercato se ne moltiplicano gli esemplari, arricchiti da didascalie piccanti. Inoltre, il fatto che la carta si possa piegare, tagliare o bruciare facilmente, permette di distruggere o nascondere questi oggetti scomodi laddove ce ne sia bisogno. Dobbiamo quindi leggere I Modi come un invito a emulare gli atti sessuali delle figure? Sono degli eleganti antenati delle nostre riviste pornografiche? Assolutamente sì. Leonardo da Vinci nel Cinquecento scriveva che le immagini hanno una potenza incredibile perché riescono a catturare la nostra attenzione e stimolare tutti i nostri sensi. Giulio Romano, disegnando semplici persone che facevano l’amore (e non dèi o satiri), si rivolgeva a semplici persone che volevano fare l’amore. E questo ce lo conferma il fatto che il voyeurismo (provare piacere alla vista degli atti sessuali altrui) è rappresentato in uno dei sedici modi, sotto le sembianze di una vecchia che spia dalla finestra i due amanti.


Un’ultima cosa. Un altro elemento che ha scandalizzato sicuramente la curia è la mancata passività della donna nelle immagini, in questo veramente moderne ed eccezionali. Mettiamoci per prima cosa in testa che, per la Bibbia, che la donna osasse toccare il pene era un fatto scandaloso: anche laddove accidentale, doveva essere punito con l’amputazione. Raimondi e Giulio Romano immaginano invece donne coscienti dei propri bisogni, le quali conducono talvolta l’atto a loro piacimento e guidano il partner attraverso l’uso delle mani. Aretino è dello stesso avviso, perché nella metà dei suoi sonetti (numeri 2,3,4,7,10,14,16) è la donna a parlare e l’uomo ad ascoltare. Frasi del tipo «Mettimi un dito in cul caro vecchione», o «Quest’è pur un bel cazzo, e lungho e grosso, Deh se m’hai cara lasciame’l vedere» saranno sufficientemente esplicative.

Per concludere, I Modi sono un esempio rarissimo di modernità cinquecentesca, perché parlano di sesso senza sublimarlo né nasconderlo, tengono in considerazione i bisogni della donna, che diventa partner attiva, e infine affermano l’importanza dell’atto sessuale come forma di piacere e non unicamente a scopo riproduttivo. Giulio Romano, Marcantonio Raimondi, e poi lo sfrontatissimo Aretino, hanno semplicemente avuto l’ardire di esplicitare il tabù che più ossessiona i loro contemporanei. Un’ossessione, sì, perché il sesso nel Cinquecento è dappertutto, solo che se ne parla in termini allusivi. In pittura, si propongono scene che prefigurano l’atto senza però mai renderlo esplicito, o si inserisce qua e là nelle composizioni qualche elemento che potrebbe essere interpretato in modo malizioso (...e chi vuol vedere, veda).

Se ancora aveste dei dubbi a questo proposito, vi invito ad osservare i seguenti dettagli in tre dei più celebri affreschi del Rinascimento (cercateli, come quando da bambini giocavate a «Dov’è Wally?»):

  • I frutti che ornano i festoni sul soffitto della Loggetta di Psiche a Villa Farnesina, di Raffaello

  • La lumaca e la cornucopia che due ninfe tengono in mano sulla destra della “Nascita di Venere” nella Stanza degli Elementi a Palazzo Vecchio, di Vasari

  • San Biagio e Santa Caterina d’Alessandria nel mezzo del Giudizio Universale nella Cappella Sistina, di Michelangelo (lui, al Papa, gliela fa praticamente sotto al naso).

Se avete lo stesso occhio malpensante e la stessa passione per le insinuazioni dei pittori dell’epoca, allora saprete di che cosa parlo.


Bibliografia

Camarda, Antonella, “I Modi: genesi e vicissitudini di un'opera proibita tra Rinascimento e Maniera, in Storia dell'arte, 110, n.s., 10, 2005, pp. 75-104.


Faietti, Marzia, “Carte lascivie e disoneste di Agostino Carracci”, in L’arte erotica del Rinascimento. Atti del colloquio internazionale, Tokyo 2008, The National Museum of Western Art, Tokyo/ The Yomiuri Shimbun, 2009, pp. 81-99.


Furlotti Barbara, Ribecchini Guido, Wolk-Simon Linda, “Giulio Romano- arte e desiderio”, catalogo della mostra (Mantova, Palazzo Te, 6 ottobre 2019-6 gennaio 2020), Milano, Mondadori Electa, 2019.


Procaccioli, Paolo, and Pietro Aretino, “DAI ‘MODI’ AI ‘SONETTI LUSSURIOSI’. IL 'CAPRICCIO' DELL'IMMAGINE E LO SCANDALO DELLA PAROLA.”, Italianistica: Rivista Di Letteratura Italiana, vol. 38, no. 2, 2009, pp. 219–237.


Talvacchia Beppe, “Taking positions: on the erotic in the Renaissance culture”, Princeton, New Jersey, Princeton University Press, 1999.


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