• Edi Guerzoni

Edgard Degas, il fotografo

La prima fotografia della storia risale è del 1826. Viene scattata da Nicephore Niépce dalla sua casa, e rappresenta la Vista dalla finestra di Le Gras. Questo evento cambierà radicalmente il mondo dell’arte dei secoli successivi. Già da secoli la creatività era stata aiutata dalle nuove tecnologie dell’ottica, come dalle camere oscure portatili utilizzate nel Settecento.


Con il passare degli anni iniziarono a vedersi i primi cambiamenti: diminuirono le commissioni ai pittori per i dipinti di gruppo, perché ci si abituò al nuovo ritratto di famiglia in bianco e nero. Se da un lato il nuovo mezzo fotografico toglieva il lavoro ai ritrattisti, dall’altro aveva aperto la strada ai nuovi artisti, molto prima di quanto si possa immaginare.

Appena sessant’anni dopo la prima foto, nel 1895, uno dei più grandi pittori dell’Ottocento francese, Edgar Degas, nato nel 1834, usava già la fotografia in un senso molto moderno.


Dopo una formazione tradizionale avvenuta anche in Italia, tornato in Francia si scontrò con i quadri scandalosi di Edouard Manet. Ispirato da lui e da altri suoi contemporanei, si ricollegò alla corrente fondata da Gustave Courbet espressa nel 1861 con il Manifesto del Realismo. Degas, a partire dagli anni Sessanta si definisce infatti come realista. Lo conosciamo soprattutto per le sue rappresentazioni della realtà di ballerine, stiratrici, ragazze che si fanno il bagno.


La fotografia, insieme all’influenza dell’arte giapponese, avevano soprattutto cambiato il modo di ‘’inquadrare’’ i dipinti, in modo totalmente diverso da come si era fatto per secoli nella pittura occidentale. Edgar Degas inizia dapprima ad utilizzare le fotografie come ispirazione per i suoi disegni, soprattutto per quanto riguardava i ritratti e le figure intere: scatta una fotografia, per poi studiarne le figure sulla carta. Il pittore francese capisce quanto possa essere utile partire da una fotografia per realizzare un buon dipinto, e allo stesso tempo inizia ad accorgersi del potenziale intrinseco della foto, iniziando i primi esperimenti con la camera oscura.


Qualche anno prima Degas aveva iniziato a giocare con i metodi di stampa, producendo una grande quantità di monotipi: speciali stampe in bianco e nero realizzabili in un solo esemplare per volta. Inizia a sperimentare con la fotografia come con le altre tecniche pittoriche, realizzando copie dello stesso soggetto con stampe uniche e sempre diverse. I risultati sono molto contemporanei, tanto che la critica del Novecento ne ha visti i prodromi delle innovazioni di Man Ray e del gruppo Dada. Come nel monotipo, anche per la fotografia la cosa che più affascina Degas e la possibilità di invertire luci e ombre.

Nel 1978 sulle pagine della rivista americana di critica d’arte October, Douglas Crimp pubblica l’articolo Positive/Negative: A Note on Degas’s Photographs, dove analizza le opere d’arte su supporto argenteo dell’artista francese. Degas era molto appassionato al nuovo medium, e si divertiva anche a ritrarre in modo creativo i suoi amici e colleghi, come Renoir e Mallarmé nel salotto di Berthe Morisot o la nipote Odette mentre legge, fotografati nel 1895 circa.



Un ottimo esempio delle sue foto più sperimentali sono invece i ritratti fotografici delle ballerine che Degas ha realizzato in studio: nell’opera Ballerina in posa, Due versioni del 1895 circa, la modella, fotografata due volte, è vestita da danzatrice classica ed è in posa sulle punte. I punti che dovrebbero essere in luce sono in realtà i più scuri, giocando con il risultato dell’immagine negativa, in un gioco di chiaro-scuro che è importato dalla tradizione pittorica nella fotografia. Degas utilizza la fotografia come mezzo espressivo estetico, per creare un’opera d’arte che rappresenti la realtà, pur modificandola.


Nel 1906, dichiarò che se avesse potuto vivere di nuovo, non avrebbe “fatto altro che bianco e nero”.


Bibliografia


Douglas Crimp, Positive/Negative: A Note on Degas's Photographs, in « October », vol. 5, 1978, pp. 89–100


Riccardo Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino, 2020



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